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Abu Bakr al Baghdadi, il nuovo Osama

Lo sceicco invisivile, sarebbe nato a Samarra, in Irak, nel 1971. Poche le notizie sul suo conto e le sue foto. Si sa che dal 2010 guida l'Isis, l'organizzazione che vuole creare uno Stato islamico a cavallo tra Irak e Siria. Sulla sua testa pende una taglia da 10 milioni di dollari.


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Quando, nel gennaio del 2012, misero online uno dei loro primi comunicati, gli analisiti dei servizi segreti occidentali e dei Governi fortti mediorientali pensavano che si trattasse di uno dei tanti gruppi salafiti che stavano emergendo con forza all'interno della caotica coalizione dei ribelli. Pericoloso sì, anche perché si professava jihadista. Ma tutto sommato marginale, in quanto alle sue dimensioni, rispetto alla maggiore fazione dei ribelli: il Libero esercito siriano. Jabhat al-Nusra li-Ahl al-Sham, la formazione estremista che la comunità internazionale guarda con crescente preoccupazione, è invece divenuta in poco più di due annio e mezzo  il movimento più organizzato e disciplinato all'interno dell'opposizione armata al leader siriano Assad.

Mese dopo mese al Nusra, ha fatto sentire la sua voce. Prima con la sua ideologia estremista, così simile a quella di al Qaeda. Poi ricorrendo all'"arma principe" del network del defunto Osama Bin Laden: gli attentati kamikaze. Al Nusra ne ha portati a termine almeno 60, di cui alcuni particolarmente sanguinosi. Molti ricordano i primi, quelli di Damasco e Aleppo tra gennaio e febbraio 2012, contro installazioni militari del regime che però costarono la vita a molti civili. Infine, quando è riuscita a dotarsi di armi più efficienti degli altri ribelli, di migliaia di combattenti e di parte del sostegno popolare, al Nusra è uscita allo scoperto proponendosi come forza antagonista al Libero esercito siriano (Fse) , il gruppo di ribelli , composto soprattutto da disertori dell'esercito di Assad, che la Comunità occidentale sostiene e vorrebbe veder prevalere.

Già a fine 2012 gli Stati Uniti avevano inserito al Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche. D'altronde i suoi legami con al Qaeda in Irak erano già noti, per quanto la sua struttura clandestina fosse impenetrabile. Il 9 aprile 2013 la svolta: Abu Bakr al-Baghdadi, il leader del ramo iracheno di al Qaeda confermava con un annuncio su Internet la fusione di Nusra con al Qaeda in Irak. "Nusra è un'estensione dello Stato islamico dell'Irak", aveva dichiarato.

Si cominciò così a parlare sempre più dell'Isis, ovvero dell'organizzazione che intende creare uno Stato islamico a cavallo dell'Irak e della Siria. E del suo capo. Scoprendo che di lui, in realtà si sa ben poco. Esistono due foto, la prima in bianco e nero,  quando lo "sceicco invisibile", con barba nera, era detenuto dagli americani che avevano occupato in Irak; la seconda, a colori, e comnque sbiadita, più recente. Per il resto le informazione sono poche e sfumate. Si dice che Abu Bakr al-Baghdadi, un nome di battaglia, sarebbe nato nel 1971 a Samarra, a sud di Tikrit, nel cuore dell'Irak sunnita di Saddam Hussein. Si racconta che abbia un dottorato in Storia e dottrina islamica.  Si sa per cento che è stato detenuto a lungo dagli americani a Camp Bucca. Nel 2009, a «pacificazione» conclusa, al termine delle operazioni guidate dal generale David Petraeus, è liberato. Giusto in tempo per prendere le redini degli islmaisti in Irak.

E' così prudente, racconta un ufficiale degli 007 iracheni al giornale «Al Monitor», «che nessuno, persino fra i suoi stretti collaboratori, l’ ha mai incontrato a volto scoperto». Non gira filmati, come Osama bin Laden, cosa che aumenterebbe la possibilità di essere individuato o tradito da qualche suo combattente che potrebbe sacrificare l’ obbedienza in cambio dei 10 milioni di dollari della taglia che pende sulla sua testa. Insomma, fa di tutto per ridurre il rischio di far la fine del suo predecessore, Abu Musab al Zarqawi, eliminato da un raid aereo Usa. Opera una «ritirata strategica» per riorganizzarsi. Cambia la strategia di al Qaeda.

Brutale sharia sì, ma con pragmatismo.
La ferocia c'è, come provano le esecuzioni di massa di soldati sunniti catturati e uccisi senza pietà a dispetto del Governo dell'odiato Nouri Al Maliki, sciita. E' però una ferocia che in qualche modo s'intreccia alla diplomazia.  Fa ad esempio accordi con le tribù locali: appoggi economici e libertà di transito in cambio di un occhio di riguardo nelle operazioni belliche.  Tutto ciò, in ogni caso, porta alla rottura con il leader storico di Al Qaeda, Ayman Al Zawahiri, che lo scomunica. Poco importa, commenta Giordano Stabile su La Stampa, qualche giorno fa: «Al Zawahiri è in una grotta, fra Afghanistan e Pakistan. Conta sempre meno. Lui è più virulento e più anti-americano, e gli strappa adepti persino in Yemen». 

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